giovedì 7 gennaio 2010

Film e quadri : una grande emozione con Toulouse Lautrec.

Henri de Toulouse-Lautrec (Albi, 24 novembre 1864 – Saint-André-du-Bois, 9 settembre 1901) è stato un grande pittore francese.post-impressionista, illustratore e litografo . Documentò nelle sue opere molti dettagli dello stile di vita bohèmienne della Parigi di fine Ottocento frequentando assiduamente teatri, bettole e bordelli del famoso quartiere di Montmartre.







Figlio del conte Alphonse e della contessa Adèle de Toulouse-Lautrec , il giovane Henri fu tragicamente segnato nel fisico dal nanismo , dalla sifilide e dall’alcool.





Per questo la sua scelta di “nascondersi “ nei bassi fondi del famoso quartiere parigino degli artisti vivendo tra le prostitute per lunghi periodi , diventandone un intimo confidente e testimone con i suoi quadri della loro vita disperata. Morì per complicazioni dovute all'alcolismo e alla sifilide nella tenuta familiare Malromé, nei pressi di Saint-André-du-Bois, pochi mesi prima del suo trentasettesimo compleanno.

Diversi film hanno descritto la vita e l’arte di questo grande pittore , ma ritengo che il film Moulin Rouge, con José Ferrer e Zsa Zsa Gabor, del regista John Huston (1952) fornisca il giusto approccio emotivo per leggere ed interpretare la pittura di Toulouse Lautrec . Ho rivisto in tv il film ed ho avuto questa conferma con una semplice prova : fotografando alcune immagini in tv ho avuto la riprova di ciò che pensavo. John Huston è riuscito nel suo film a trasmettere il sapore dell’atmosfera “ bohèmienne parigina “ tramite una accorta scenografia e fotografia che
ritaglia spazi , impressioni e colori come ritroviamo nei quadri di Toulouse Lautrec.











Guarda caso il film ricevette all’epoca ( due Oscar : Premi Oscar 1953 migliore scenografia colore (Paul Sheriff e Marcel Vertès), migliori costumi colore (Marcel Vertès) !


Volete provare per una sera una grande emozione ? Guardate prima in DVD il film Moulin Rouge del 1952 e dopo ammirate su una enciclopedia dell’arte i quadri di Toulouse Lautrec. Provate.

mercoledì 6 gennaio 2010

George Catlin , il pittore dei pellirossa.



Da piccolo ,anche leggendo le strisce dei fumetti , si capiva che gli Indiani d’America erano un popolo di “ sfigati “.
Nelle epiche battaglie nelle vaste pianure dell’Ovest vincevano sempre inesorabilmente “ i bianchi “. Loro erano comunque e soltanto i cattivi , brutti , sporchi , analfabeti ed un poco stupidi che si opponevano alla grande civiltà dell’uomo bianco : per questo è facile intuire che non ebbero mai vita facile anche gli artisti che cercarono di documentare all ‘epoca “ la verità “ di questo grande popolo della Terra . Non solo .




Prima di papa Wojtyla la Chiesa , pur professandosi universale , sotto sotto era la “ parrocchia italiana “ con aperture verso gli altri paesi europei e tutti gli altri paesi del mondo. Erano passati secoli , ma il Papa era sempre
Italiano . Dopo il papa polacco ,ecco il papa tedesco ed auguriamoci a seguire anche altri papi extraeuropei.
La stessa cosa capita nel parlare di pittura : i confini geografici spesso si fermano al continente europeo.
Per questi motivi, sopra rapidamente proposti, voglio parlare di un artista americano , George Catlin , che con stupendi quadri ha documentato al mondo intero come erano gli Indiani d’America prima dell’arrivo dell’uomo bianco.
Nacque a Wilkes- Barres , il 26 luglio 1796 e morì a New York il 23 dicembre1872 . Dopo avere svolto altre attività si dedicò alla pittura e dal 1830 si trasferì assieme alla moglie, a St.Louis che fu il punto di partenza di ogni suo futuro viaggio nella "terra selvaggia". Qui incontrò il generale e grande esploratore William Clark che assieme a Meriwether Lewis lo precedettero nei viaggi e nella scoperta della grande pianura indiana e delle sue genti,dove Catlin realizzò centinaia di ritratti di scene di vita Indiana e dei più famosi capi Indiani esistenti a quell'epoca .



La sua collezione di quadri si trova ora allo Smithsonian Institute, Washington D.C.; al Joslyn Art Museum, Omaha, Nebraska; al Gilcrease Institute, Tulse, Oklahoma, e all'American Museum of Natural History, New York, ma George Catlin non fu apprezzato sufficientemente dai propri contemporanei .

In realtà il pittore sperava ,con mostre e conferenze , di suscitare nel pubblico l’ammirazione per lo splendore del mondo dei pellirosse ormai al tramonto, ma questo non successe e le documentazioni proposte dal pittore sulla civiltà indiana furono considerate delle falsità . Per questo motivo nel 1838 fu proposto al Congresso americano l’acquisto della collezione Catlin per collocarla in un museo nazionale , ma l’iniziativa non ebbe successo . Il pittore deluso lasciò gli States per fare conoscere la propria pittura ed il mondo dei pellirossa all’Europa , ma non ebbe mai fortuna e dopo essere tornato a New York , morì deluso e pieno di debiti a 74 anni.

mercoledì 23 dicembre 2009

Ritrovate le spoglie mortali del Caravaggio ?


Michelangelo Merisi, o Merigi o Amerighi, detto il Caravaggio (Milano, 29 settembre 1571 –Porto Ercole, 18 luglio 1610 )è considerato il primo grande pittore esponente della scuola baroccae uno dei più celebrati pittori del mondo. Malato di malaria , con un carattere difficile , spesso in fuga per sfuggire ad una condanna a morte emessa dal tribunale di Roma per l’omicidio di Ranuccio Tommasoni , il pittore “ maledetto “ finì la sua breve vita ( 39 anni ) nell’ospdale di Santa Maria Ausiliatrice di Porto Ercole.
In realtà si erano perse le tracce delle spoglie mortali del Caravaggio , ma il giorno 21 dicembre 2009 un gruppo di ricercatori coordinati dal giornalista e studioso Silvano Vinceti hanno ritrovato nel cimitero di Porto Ercole un mucchietto di reperti ossei provenienti dal vecchio cimitero di San Sebastiono , che una volta sottoposti a test con il carbonio 14 ed altre analisi ancora più sofisticate, potranno confermare o meno l’attribuzione
Il 2010 celebrerà quindi i 400 anni dalla morte dell’artista ed a Firenze si svolgerà dal 22 maggio al 17 ottobre alla Galleria Palatina di Palazzo Pitti e agli Uffizi la mostra “Caravaggio e caravaggeschi a Firenze” . Esposizione dei capolavori caravaggeschi e di un movimento ai quali i Medici e le grandi famiglie dedicarono attenzioni appassionate. A partire da quei primi folgoranti dipinti del Caravaggio che il cardinal Del Monte donò al Granduca Ferdinando I – la Medusa e il Bacco – giunsero a Firenze pitture e pittori che fecero della città una “capitale caravaggesca”. In esposizione capolavori del Merisi, pitture potenti, immagini di oscuri interni di mano dei Gentileschi, Honthorst, Stomer e di tanti altri, italiani e stranieri.

lunedì 14 dicembre 2009

SALVIAMO LE STELLE DI NATALE



















La Stella di Natale ,nota anche come Poinsettia , è una pianta ornamentale originaria del Messico dove cresce spontaneamente raggiungendo ,allo stato selvatico, un altezza tra i due ed i quattro metri.
Il suo nome scientifico è Euphorbia pulcherrima : è un arbusto sempre verde appartenente all’ordine Euphorbiales ,famiglia Euphorbiacee , genere Euphorbia , specie pulcherrima.
Ha fusti carnosi , rigidi , molto ramificati , al cui interno vi è una sostanza lattiginosa leggermente irritante , che danno origine ad una chioma tondeggiante con grandi foglie ovali , talvolta lobate , di colore verde scuro . In inverno all’apice dei fusti si sviluppa una infiorescenza costituita da un piccolo mazzetto di fiorellini bianco-verdastri , sottesi da numerose brattee colorate di rosso.
E’ una pianta tipicamente natalizia perché una leggenda messicana ci racconta come tra i pastori giunti ad adorare Gesù bambino ci fosse anche una bambina poverissima che non avendo trovato niente in casa da regalare a Nostro Signore , strada facendo ,nella foresta aveva raccolto questo splendido fiore spontaneo.
La Stella di Natale è una pianta tipicamente brevidiurna , per questo motivo la sua fioritura avviene in pieno inverno quando le giornate sono più corte:
la luce stimola la crescita della pianta , ma per avere una bella fioritura deve stare molte ore al buio.
Alla fine del periodo natalizio guardando vicino ai cassonetti della immondizia assistiamo alla lenta agonia di alberi di natale e stelle di natale : l’euphorbia pulcherrima perde facilmente le foglie ,ma non muore , per questo non va gettata via.
Se ha delle buone radici e viene posta in un luogo luminoso, dopo averla opportunamente potata , lasciandola vegetare per tutta l’estate , a fine settembre ,potrà essere riportata all’interno ( ricordarsi minimo otto ore di buio al giorno) e riprenderà a fiorire.
Nel periodo invernale la pianta necessita di concimazioni ogni 15 giorni ed innaffiature ogni due o tre giorni , mentre durante il riposo estivo la si potrà tenere anche al sole con innaffiature sporadiche ma con qualche concimazione mensile.
Qualcuno asserisce che la fioritura dell’anno successivo sembra ancora più bella :
per assolvere un debito di riconoscenza ?

martedì 17 novembre 2009

Italiani brava gente o no ! Andiamo a vedere il film " Francesca"


Il prossimo 27 novembre uscirà nelle sale cinematografiche italiane il film rumeno “ Francesca “ del regista Bobby Paunescu.
Dopo essere stato presentato al festival di Venezia dove già suscitò perplessità e malumori tra alcuni personaggi politici italiani , stasera 17 novembre sarà proiettato in anteprima al cinema Portico di Firenze.

La novità del film che certamente suscita curiosità nel pubblico italiano risiede nella possibilità di vedere l’Italia tramite le aspettative e le negative perplessità di Francesca , una giovane rumena interpretata da Monica Birladeaunu.
In poche parole uno squarcio di vita misera in una Bucarest post Ceausescu dove una giovane ragazza sogna la possibilità di lavorare in Italia , consapevole però del fatto che ai suoi occhi ed in base alle sue notizie appare come un paese ostile .
Alcune frasi presenti nel film , giudicate ingiuriose, hanno fatto scattare anche una richiesta di sequestro della pellicola da parte dell’on. Alessandra Mussolini, cosa non accolta dal magistrato giudicante.

Di sicuro questa richiesta ha fatto salire la curiosità del pubblico per questo film : ci risentiamo dopo che lo abbiamo visto .



mercoledì 4 novembre 2009

" Tre lire il primo giorno ": un film girato a Livorno che torna a casa!


Un film italiano realizzato nel 2008 con 30 giorni di lavorazione a Milano e dintorni, Siena e dintorni e Livorno , della durata di 89' .
Dopo avere girato i festival cinematografici di mezzo mondo , con grande successo, torna Livorno per farsi finalmente vedere ed apprezzare. In particolare recentemente al Beverly Hills Festival negli USA si è aggiudicato la medaglia d'oro .
Il film per la regia di Andrea Pellizzer narra di una intricata vicenda che ha per protagonista il francobollo più prezioso e raro del mondo : il Tre Lire Toscano . Pensate un pò , questo tesoro si trova sotto la pavimentazione della Terrazza Mascagni di Livorno......

lunedì 14 settembre 2009

Tra Cinema e Storia :le recensioni di Effebi










Recensione del film :

Die Welle, di Dennis Gansel: lo tsunami in provetta




Die Welle è l’Onda, simbolo di devoluzione dell’anima adolescenziale che un gruppo di liceali affida al professore più accattivante, quello più capace di mettersi in gioco, l’animatore del dibattito politologico, l’allenatore di pallanuoto, il filtro tra la scuola pedante e un mondo giocherellone, annoiato, incerto sui valori, quando addirittura non sprovvisto.







È il gruppo di liceali che ha scelto di discutere in una settimana di full immersion col professor Rainer, la definizione di “autocrazia”. Il professore lancia la sfida del gioco-simulazione che comporta il ritorno di un rispetto astorico, almeno pre-sessantottesco, del rispondere “sissignore”, del dare del lei e non del tu come di norma. Quel gioco si trasforma, di giorno in giorno, in un ritorno al passato remoto, sempre meno ludico e sempre più coinvolgente fino al più pieno assorbimento dell’obbedienza al “professore-capo”, all’unione che perde l’individualità nell’identità di gruppo, al riconoscersi solo nei simboli dell’omogeneità, dalla camicia bianca per tutti, al saluto che simula l’onda. Il mito del gruppo Onda si fa valore supremo e prevede l’esclusione di chiunque rifiuti la liturgia e i simboli.

Il precedente vuoto di valori si riempie di un diverso nulla delle proclamazioni e della propaganda del simbolo di gruppo distribuito a macchia d’olio per la città e perfino apposto vistosamente sulla torre del Municipio. Quella dinamica di spossessamento della personalità travolge le coscienze degli attori, e perfino quella del professore, indotto a calarsi a fondo nella parte di fuhrer fino a perdere la stima della moglie, mentre il giovane studente che più gli è caro perde quella della ragazza. Quando il professore, tornato alla piena consapevolezza, tira il gioco all’estremo parossismo per far emergere il terribile errore che ha alimentato, gli studenti si sciolgono dall’ipnosi, ma il più disperato e sradicato, che ha trovato nell’Onda una speranza, reagisce in modo drammatico.

Che significato dare all’esperimento del Professore, al di là dell’evidente metafora della fascinazione nazista? Difficile vedervi il rispecchiamento di un’antica genesi, come accadeva nel romanzo All’Ovest niente di nuovo o nei film che ne furono tratti dove un professore nazionalista trascinava i suoi allievi nel furore patriottardo preparatorio del nazismo. Più facile vedervi l’esperimento di laboratorio che fa interagire alcuni elementi del fenomeno storico con le attitudini giovanili contemporanee per ottenere un’inconsapevole amalgama dietro simboli autoreferenziali e cattivi maestri. Racconto tedesco, dunque, di un fenomeno europeo, indicazione di pericolo sulla manipolazione delle coscienze, esperimento di devianza in equilibrio tra la metafora, la caricatura, il dramma. Scuola e adolescenti si fronteggiano e il professore è il cedevole punto di equilibrio in un sistema di cui il film nasconde ingranaggi fondamentali, dalla famiglia, rappresentata solo per assenza o per stravagante presenza, alla società civile, distratta spettatrice del sorgere in mezzo a lei di una sorta di “villaggio dei dannati”. Alla ragazza, invece, quasi solitaria protagonista di una ribellione morale, scrittrice di manifesti contro l’Onda, capace di riprendere il ragazzo “riprogrammato alla civiltà”, il meritorio ruolo di salvare i topolini del pifferaio di Hammerlin e il pifferaio stesso, che chiude il film camminando tra due poliziotti, meditando forse sul male dell’incoscienza pedagogica.




Effebi


Recensione del film :


Che prima parte, l’Argentino, di Steven Soderbergh: i due Guevara e l’unità di un mito

Con Che l’argentino si apre il dittico dedicato al mitico rivoluzionario che accompagnò Fidel Castro nella liberazione di Cuba. La continuazione, Che seconda parte, la guerriglia, arriverà a breve sugli schermi e completerà l’opera che racconta la storia attraverso la psicologia di un personaggio. Ne parleremo. Che potrà dire intanto il primo film alle giovani generazioni che del Che hanno un’immagine sfuocata? E che disse l’eco del Che alle generazioni contemporanee? Forse il film dirà agli uni che la rivoluzione è un’idea lontana, mentre l’eco disse ai secondi che era un’idea a portata di mano. Il film racconta la storia del movimento 26 luglio che, da un pugno di uomini, si fece strappo di un popolo contro una lunga colonizzazione. Vi confluiscono più racconti, quello di un’America latina permanentemente in cerca di sé, inquieta e instabile, quello di una lotta nata non come ideologica ma come ansia di libertà per approdare poi alla società socialista, e quello di un tempo del cambiamento che investì il mondo per un decennio.





Vi sono due Ernesto Guevara nel film. Uno è quello che parla, nel 1964, alle Nazioni Unite contro l’Imperialismo degli Usa e contro i loro alleati o asserviti e che racconta a una giornalista americana le ragioni della rivoluzione. L’altro è un Guevara più simile al suo interprete, Benicio del Toro, eroe dinoccolato del 1957-58, che porta il basco e il sigaro con estrema corrispondenza all’immagine condivisa del guerrigliero. Entrambi si ritrovano in un’immagine che si fece idea stessa della rivoluzione, sopravanzando quella del lento decadere del leader maximo verso la dittatura che in fondo fu l’alternativa più incisiva nell’immagine del movimento. Cosa incarnava il Che, se non la purezza disinteressata della rivoluzione a fronte del desiderio di potere che non risparmiò Fidel?

La pellicola però rappresenta la sintonia dei due rivoluzionari e il carisma di Fidel, politicamente e strategicamente più fecondo e abile, più machiavellico e intuitivo, più sottilmente capo, ma parla soprattutto dello spessore umano del Che, interpretato attraverso la convinzione nel principio di libertà e la pedagogia verso il popolo. Tutta l’epopea guerrigliera rappresentata dal film che ricostruisce il farsi della lotta al dittatore Batista, culminata nella vittoria del 30 dicembre 1958 a Santa Clara , rappresenta un grosso fatto di pedagogia sociale e rivoluzionaria. Non si prendono nelle fila della guerriglia uomini e donne disarmati o che non sappiano leggere e scrivere, e semmai si tengono durante i riposi nei nascondigli corsi di alfabetizzazione. Il Che è il maestro, il pedagogo, il medico che cura le ferite della battaglia e il male dei contadini, l’interprete di un’anima popolare che attende la catarsi della libertà e della riforma agraria e che si tuffa nella lotta. Lunghe marce, fatica, delusione, amore per l’umanità e per il vero, tentazione di fuga lontano dal fuoco, possibilità del tradimento, inesorabilità del castigo. Tutto questo attraversa il mondo che ruota intorno alla figura di Ernesto Guevara che della rivoluzione rappresenta l’ardore e la logica profonda, il principio per cui vince chi più è convinto della vittoria, perché sente giusto il motivo della sua lotta. Il Che è tanto essere umano, con la sua asma, con i suoi momenti di debolezza, quanto eroico combattente che ogni giorno di più apprende il significato di ciò che fa e lo rivela agli altri. In questo senso, appartiene alla storia delle rivoluzioni della sua terra, al sogno di libertà di Bolivar, a quel profondo senso dell’indipendenza che tanto contrastava con le ragioni del colonialismo vecchio e nuovo cui altri latino-americani vendettero la vita della loro gente. La memoria di Guevara ha resistito al tempo. Si compone di un messaggio e di simboli, identici tanto nella guerriglia che nella dialettica davanti all’ONU, segni riconoscibili di un’esistenza che per essere mito ebbe bisogno di vedersi riconosciuta nella sua autenticità.




( Film visto il 14 aprile 2009 al Cinema Nuovo di la Spezia )



Effebi

Recensione del film :
Che seconda parte, la guerriglia, di Steven Soderbergh: tre domande e una sola risposta

Il secondo film di Steven Soderbergh su Ernesto Guevara, Che la guerriglia, supera l’antinomia tra il ministro e il guerrigliero rappresentata nella prima parte alternando il colore e il bianco e nero. Il racconto salta i sette anni che separano la rivoluzione vincente di Cuba dal tentativo di esportare il movimento in Bolivia, prima tappa di una liberazione dell’America latina sognata dal Che e rimasta anche l’ultima. Qual è il tema storico del film? Sta in due domande: cosa separa il tormento del guerrigliero Guevara dalla assuefazione al potere del capo e amico Fidel? Cosa divide la rivoluzione vincente da quella che si esaurisce miseramente tra le balze della serra boliviana?

Il film sulla guerriglia accenna alle due cose un po’ timidamente e finisce per non dare completa risposta alle due domande, come se una riserva impedisse di andare a fondo della riflessione che deve pure esserci stata nella mente del protagonista. “Cuba progredisce” spiega il Che prigioniero al giovane soldato carceriere cui non manca il sentimento umano, ma non dice molto. Cuba progredisce, ma in quale direzione? Progredisce forse nella direzione sognata di una completa dignità della persona umana, di quella religione dell’uomo che il Che invoca come propria? O progredisce fornendo quei connotati di stato sociale e di soddisfazione dei bisogni della popolazione, dalla sanità all’istruzione, che una buona socialdemocrazia sa dare senza necessariamente coltivare un culto della personalità e senza imporre una dittatura? La risposta nel film manca. Neppure è intuibile, ed è una mancanza che si avverte perché forse nella mente del rivoluzionario che lasciò la poltrona di ministro e il potere politico ci fu la consapevolezza che quella di Cuba era stata rivoluzione a metà.

Quel silenzio fu il probabile frutto della sensibilità politica del Che che gli fece assumere su di sé la dimensione piena del rivoluzionario per non scatenare una battaglia politica che poteva vanificare la lotta compiuta. Tagliarsi i ponti alle spalle, dunque, come nella lettera indirizzata al leader maximo con la rinuncia ai gradi, alla carica di governo, al ruolo nel Comitato centrale del Partito, volgendo la prua verso la rivoluzione.

Con quella lettera comincia il racconto cinematografico, l’avventura in Bolivia del calvo signore anzianotto dietro le cui sembianze si nasconde la scavata immagine del rivoluzionario per riapparire pochi giorni dopo tra i boschi montani della Bolivia. L’immagine sofferta del Che-Benicio del Toro si ritrova nelle minuscole fila di un esercito sparuto e non in grado di svolgere davvero la sua battaglia. Ed è qui che si deve affrontare la seconda domanda sulla natura vincente di un processo rivoluzionario. Antica questione che non si limita alle vicende del Che, ma che coinvolge altri gloriosi personaggi, ad esempio il Carlo Pisacane di Sapri, tanto simile per l’isolamento dell’esercito guerrigliero dal mondo da liberare.

Il film mostra l’incompiuto tentativo di organizzare davvero un compatto esercito rivoluzionario che fondesse gli elementi cubani con i boliviani e si rivela invece una sorta di lunga fuga a tappe senza chiara meta tra le montagne, i boschi, le casupole sperdute di una popolazione contadina indifferente e spaventata. È questo il punto, la totale indifferenza di una popolazione secolarmente abituata alla sopravvivenza e incline a custodire la grama tranquillità dai guerriglieri, visti come un pericolo nonostante il rispetto, e dai soldati che le gesta rivoluzionarie portano a interferire con i loro ritmi di vita. In questo si misura la possibilità politica della rivoluzione, stando almeno alla materia del film, tra il primo e il secondo atto della drammatica storia rivoluzionaria del Che. Il primo è illuminato dalla sagacia militare e politica di Fidel Castro, il secondo è caratterizzato da un più confuso progetto del Che. E forse potevano non servire due film se la fine del secondo avesse aperto un flash-back contenente il primo. Ma ciò non toglie che il Che tratteggiato da Steven Soderbergh rimanga ancora valida icona di un pensiero che attraversò la cultura di tanti giovani che il 10 ottobre del 1967 seppero della morte del guerrigliero. S’incise allora in molte coscienze l’immagine che il cambiamento politico esigesse la testimonianza personale e rivissero allora le memorie dei tanti martiri di esperienze magari strategicamente sbagliate, ma valide eticamente. E ciò muove una terza domanda: per quella generazione ormai incanutita quanto di quell’immagine resta dopo i decenni vincenti di una politica che dell’etica non ha fatto il suo primo valore?

( Film visto il 3 maggio 2009 al cinema Flora di Firenze )

Effebi



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Scheda del film :Die Welle , di Dennis Gansel



Die Welle, Germania 2008, 107', regia: Denis Gansel, sceneggiatura: Denis Gansel e Peter Thorwarth, produzione: Christian Becker, Nina Maag, Anita Schneider; musica: Heiko Maile; fotografia: Torsten Breuer; montaggio: Ueli Christen; interpreti: Jürgen Vogel: Rainer Wenger; Frederick Lau: Tim; Max Riemelt: Marco; Jennifer Ulrich: Karo;Christiane Paul: Anke Wenger; Elyas M’Barek: Sinan; Cristina do Rego: Lisa; Jacob Matschenz: Dennis; Maximilian Vollmar: Bomber; Maximilian Mauff: Kevin; Ferdinand Schmidt-Modrow: Ferdi; Tim Oliver Schultz: Jens; Amelie Kiefer: Mona; Odine Johne: Maja; Fabian Preger: Kaschi; Alexander Held: Tims Vater


Il film di Dennis Gansel, Die Welle (L’onda), vincitore come miglior sceneggiatura al ventiseiesimo Torino Film Festival, trae ispirazione da avvenimenti accaduti nella classe di storia di una scuola di Palo Alto in California, la Cubberley High School, dove il prof. Ron Jones, nell’aprile 1967, ha tentato l’esperimento didattico di fare provare alla propria classe il totalitarismo invece di spiegarglielo.

Da questa esperienza lo scrittore americano Todd Strasser ha tratto nel 1981 il libro The Whave , da cui Dennis Gansel e Peter Thorwarth hanno ricavato la sceneggiatura per Die Welle.

La redazione

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Scheda del film :CHE-L'ARGENTINO


Regia: Steven Soderbergh

Attori: Benicio Del Toro, Demian Bichir, Santiago Cabrera, Elvira Mínguez, Jorge Perugorría, Edgar Ramirez, Victor Rasuk, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Rodrigo Santoro, Unax Ugalde, Yul Vázquez, Carlos Bardem, Joaquim de Almeida, Eduard Fernández

L'argentino è il primo episodio della pellicola realizzata dal regista americano Steven Soderbergh sulla storia di Ernesto Guevara. Il film racconta la storia di Guevara ai tempi della rivoluzione cubana dei barbudos guidati da Fidel Castro

La redazione

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Scheda del film :CHE- GUERRIGLIA

Regia : Steven Soderbergh

con Benicio Del Toro, Yul Vazquez, Franka Potente, Demián Bichir, Rodrigo Santoro, Catalina Sandino Moreno, Norman Santiago, Othello Rensoli, Jorge Perugorría, Néstor Rodulfo. Prodotto in Francia, Spagna, USA. Durata: 131 minuti. Distribuito in Italia da Bim

Guerrilla, è il secondo episodio della pellicola realizzata dal regista americano Steven Soderbergh sulla storia di Ernesto Guevara.
Dopo la rivoluzione cubana, il Che è all'apice della sua fama e del suo potere. Poi improvvisamente sparisce, e ricompare in incognito in Bolivia, dove organizza un piccolo gruppo di compagni cubani e reclute boliviane destinati a dare inizio alla grande rivoluzione latino-americana.

La redazione

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